Formiche

Formiche

Di: Saverio Tavano
Con: Alessio Bonaffini, Saverio Tavano
Regia: Saverio Tavano
Foto di scena: Angelo Maggio
Produzione: Nastro di Möbius
Coproduzione: ilcielosuMilano.it
con il patrocinio del Centro per la Drammaturgia Siciliana

Due uomini decidono di isolarsi per sempre dal mondo,
Nonostante la precarietà
nonostante la solitudine rimangono uniti,
mentre le formiche invadono quello spazio coprendolo fino all’orlo,
come un cesso per il quale acqua più non ce n’è.

 

PROGETTO MORE – SCENA VERTICALE – COSENZA. Le Formiche del Nastro di Möbius (Saverio Tavano, anche direttore del Festival Innesti Contemporanei di Squillace – CZ) sono metafora del tormento esistenziale di due fratelli rinchiusi in una casa ai margini di un mondo in rovina e totalmente spopolato, tra Beckett e Pinter ma dentro una lingua del tutto originale.

 

Sergio Lo GattoTeatroeCritica.it

 

In “Formiche” in scena due uomini, Saverio Tavano – anche autore e regista, per uno spettacolo della compagnia Nastro di Möbius – e Alessio Bonaffini, inquieti e spaventati. Chiusi dentro ad una stanza mentre fuori qualcosa di terribile ed apocalittico è accaduto, cercano di sopravvivere tra precarietà delle azioni e senso di alienazione, dando vita ad uno stimolante scambio drammaturgico.

Elisabetta Realewww.klpteatro.it

 

FORMICHE. Provocatori, dissacranti, disturbanti. E bravissimi!

Quando in fondo al palco dello Zanotti Bianco, entrando, ho visto ergersi in tutta la sua vetustà una tazza per gabinetto con tanto di sciacquone a zaino come nei più tristi bagni di casa nostra, ho capito che lo spettacolo Formiche, che di lì a poco sarebbe iniziato, sarebbe stato molto interessante. Formiche è stato il primo spettacolo con Saverio Tavano che ha curato anche testo e regia e Alessio Bonaffini. Provocatorio, dissacrante, disturbante all’estremo e riesce, anche nella furia del paradosso, ad essere  divertente. Questo spettacolo si propone, e ci riesce benissimo, di scuotere gli animi per non avere alibi, per guardare su quel palco il riflesso deformato -ma solo un poco- della nostra alienata realtà, in un mondo di solitudine oltre misura, in cui l’ambiente esterno ha la parvenza di una vita ma nella sostanza è solo un altro immenso  vuoto. “Per riuscire nella vita è meglio essere astuti, (non furbi, astuti che sanno anche sfuggire i calci in culo) o è meglio avere sempre la scusa pronta?” È uno dei quesiti in sospeso dello spettacolo teatrale. E le formiche? C’entrano. Onnipresenti nell’appartamento dei protagonisti invadono e minacciano il loro spazio, sfuggendo a ogni trappola, a ogni insetticida, ossessionano una vita minacciata da ogni parte, o forse solo intrappolata da una solitudine radicata ed estrema, qualcosa che somiglia molto alla morte in Dissipazio HG di Morselli.

Daniela Scuncia zoomsud.it

 

Saverio Tavano firma un’opera di spessore narrativo e contenutistico, in un afflato di empatia che coinvolge il pubblico. “Formiche“, la drammaturgia tra assurdo e concreto.

Un terremoto vero e proprio quello messo in scena da Saverio Tavano, autore e interprete, insieme ad Alessio Bonaffini. In un’opera dal forte impatto drammaturgico viene affrontato il tema del post catastrofe, inteso come distruzione di umanità e speranza.

Due uomini, ultimi superstiti di un mondo che non c’è più, rinchiusi in uno stanzino e accompagnati da fobie e fissazioni, il primo (Saverio Tavano) automa in mano alle proprie paranoie tra l’ossessiva paura delle formiche, affrontante in un’infinita battaglia; e l’altro disilluso e sconfitto (Alessio Bonaffini), consapevole che il mondo come lo conosciamo non esista più e che la catastrofe abbia portato via con sé paura e furbizia.

Due astuti, dicono, perché per sopravvivere alla catastrofe non si può non esserlo; anche se l’imprecisato motivo che li ha salvati sembra essere lontano dall’astuzia, una novella “strana coppia” avvilita dalla solitudine e dalla paura che essa produce, rimasti a lottare ognuno contro i problemi dell’altro, separati dalla diversità e uniti dalla singolarità del loro essere.

Saverio Tavano firma un’opera concreta che nei suoi dialoghi non lasciando spazio alla banalità, sorprendendo con l’arma del sarcasmo tagliente e della sorpresa inaspettata. La sua interpretazione è perfetta, calato nella parte del disadatto ossessivo, che nel mondo di prima e in quello post catastrofe è legato dal filo comune dell’inadatto.

Il suo teatro drammaturgico ispirato all’assurdo di Ionesco è amaro e ironico, non finalizzato a compiacersi ma a coinvolgere lo spettatore, che rimane spiazzato e con il retrogusto dell’enigmatico alla fine della pièce; sorpreso dall’inattesa novità proposta, un “Hellzapoppin” di contaminazione teatrale e cinematografica, dove l’ispirazione rimane sottile e fatta propria e non si scade mai nel citazionismo. Ottima la scelta della location, una saletta umida e claustrofobica, che trasforma lo spettatore in protagonista, entrando empaticamente in contatto coi personaggi, puoi sentirle e vederle le formiche che ossessionano Tavano, la sensazione di averle addosso pronte ad azzannarti e il disgusto sono presenti. In un ambiente scenograficamente scarno, dove trionfa una tazza del cesso trono del Bonaffini, dove un tv accesa ma grigia è la copertina di Linus per Tavano; uno stanzino dove i due si scambiano teorie e frecciate, con dialoghi da nonsense puro che accendono i sorrisi.

Francesco Certo – ilcittadino.it

 

L’opera catastrofista di Saverio Tavano stupisce per l’innata capacità di dialogare con i classici senza alcuna pedanteria. Ottime le interpretazioni dello stesso Tavano, di Alessio Bonaffini  per uno spettacolo destinato a far discutere a lungo pubblico e critica.

Una catastrofe di incerta natura cancella ogni traccia di vita nel mondo. Due sopravvissuti si rifugiano in uno scantinato, incerti sul proprio futuro ed afflitti da ossessioni paranoiche, solitudine, allucinazioni e tormenti. Un terzo superstite, un ex politico rivoluzionario imbevuto di gaudente spiritualità, si ricongiunge con la propria terra e con i propri concittadini quando appare ormai evidente come sia impossibile riconsegnare un futuro al pianeta Terra.Prendendo le mosse dal Samuel Beckett di “Aspettando Godot” e di “Finale di partita”, il drammaturgo messinese Saverio Tavano costruisce con “Terremoto” un’opera catastrofista interamente giocata sul claustrofobico senso di spaesamento di un’umanità tradita dall’ostinata certezza di un futuro. Presentato al Forte Teatro Festival in un’umida ed angusta saletta della fortezza di San Jachiddu, lo spettacolo si è caratterizzato per la calibrata consapevolezza di una messinscena volta a coinvolgere lo spettatore fino a renderlo fisicamente partecipe del dramma esistenziale dei tre sopravvissuti. Tavano è riuscito, inoltre, a coagulare con maestria citazioni e riferimenti ai classici del genere, dal romanzo “The Road” di Cormac McCarthy alle suggestioni dei film “1975: occhi bianchi sul pianeta Terra” ed “Io sono leggenda” passando per l’ultrarealismo di primi lavori di Ciprì e Maresco e le opere del concittadino Spiro Scimone: richiami e rimandi evidenti e manifesti per una scrittura che riesce a nutrirsi di influenze in un amalgama privo di inutili stereotipi. Impeccabili le interpretazioni dello stesso Tavano nel ruolo di un giovane ossessionato da insetti, televisione e paure ancestrali, e di Alessio Bonaffini, impavido sopravvissuto pronto a programmare ancora un futuro nonostante le copiose avversità.

Domenico Colosi  – tempostretto.it

 

 

Non siamo esattamente in uno scenario apocalittico, ma un evento drammatico ha distrutto e cancellato tutto quello che c’era prima. Tranne, appunto, Saverio Tavano insieme ad Alessio Bonaffini, interpretazione dei quali è davvero notevole. Il pubblico, condotto in questa piccola stanza del forte, angusta quanto basta per rendere l’idea dell’angoscia e dell’inquietudine che stravolge i tre sopravvissuti, disperati, quasi al limite della follia, soli a combattere il rimpianto di un passato raso al suolo e l’assoluta mancanza di prospettiva per un futuro che non sembra aver futuro, è pienamente coinvolto.

La civiltà disorientata da allucinazioni e sbalzi d’umore che ha tutto e niente, vittima di se stessa, senza una direzione. Ad aspettare, forse, qualcosa che non verrà mai (riferimento Beckettiano). E poi il volto scuro del perpetuo rito dell’esistenza, a tratti quasi una condanna senza possibilità d’evasione.

Roberto Fazio – messinaora.it

 

Sin da subito il pubblico spiazzato ed assorto, diventa osservatore e destinatario dei protagonisti, creando per osmosi, un’identica sensazione di claustrofobia ed angoscia. Tra sirene immaginarie, litigi, abbracci, momenti di ilarità e tenerezza, immaginando una Messina post catastrofe, gli interpreti ripercorrono i propri pensieri in un climax emotivo continuo, vivendo con frenesia la propria solitudine consapevoli di dover rimanere uniti. Per combattere la noia e l’infinita lentezza del tempo, “studiarsi” e decidere chi è il più astuto dei due, perché nella vita vanno avanti solo gli astuti e i figli di puttana.

Quel che rimane allo spettatore, la lotta con se stessi alla sopravvivenza ed i proprio limiti interiori all’interno di un’evoluzione sociale che forse non vedrà luce oltre quella stanza angusta e claustrofobica. Uno spettacolo interessante e mai banale, a tratti duro come un pugno nello stomaco, ma che non lascia indifferenti.

Christian Cannavòinfomessina.it

Surreale e divertente Formiche, scritto e diretto da Saverio Tavano, con lo stesso Tavano e Alessio Bonaffini, prodotto da Nastro di Mobius e presentato a Cosenza in anteprima. Due personaggi nevrotici, ben caratterizzati, due fratelli rinchiusi in casa e isolati da un mondo in preda a un qualche avvenimento apocalittico, passano le loro giornate tra videogiochi, problemi intestinali e un’invasione di formiche da debellare. Una quotidianità straniante, minuta e solitaria, scandita da dialoghi nonsense e taglienti che si richiamano esplicitamente a Pinter, Beckett e ai messinesi Scimone e Sframeli.

Simona Negrelli – Tempodilettura.com